Fumetto d'Autore ISSN: 2037-6650
Dal 2008 il Magazine della Nona Arte e dintorni - Vers. 3.0 - Direttore: Alessandro Bottero
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Shamo, gli spokon e il cugino che ce l’ha fatta

Shamo ryo crazy

di Giorgio Borroni. La strada dei manga sportivi giapponesi è lastricata di buone intenzioni: la competizione, infatti, è un teatro più che funzionale perfetto per mettere in scena vicende personali oltre che fungere da metafora a storie di riscatto, magari elogiando lo spirito di squadra o il mettercela tutta per un obiettivo.

Di certo al partito dei tradizionalisti del medium fumetto tende a storcere categoricamente la bocca di fronte a questo sottogenere. E come stupirsi? Sui giornali sono stati versati fiumi di inchiostro antinipponico da sedicenti esperti in pedagogia ad uso e consumo di quelli che “Mazinga rovina i bambini”, o quelli che “Ma quegli occhioni dei personaggi femminili? Ve lo dico io, i giappi quella robaccia la vendono a noi e ai figli non la fanno vedere.”

I pregiudizi e le inesattezze al limite del ridicolo a cui appassionati o semplicemente dotati di buonsenso hanno dovuto sorbirsi potrebbero essere pagine di uno stupidario delle dimensioni di un elenco telefonico. Inoltre, come se già quanto detto non bastasse, tanto per farci morettianamente del male, aggiungiamo poi dall’altra parte le distorsioni degli otaku nostrani, che di un manga notano solo gli abiti dei personaggi con un dito già su Amazon per farsi il cosplay perfetto.

Lungi da me fomentare guerre tra sordi e miopi, ma vorrei porre l’accento su un particolare stereotipo che si è venuto a creare a proposito del genere del manga sportivo, un argomento che prima o poi viene fuori quando, alle cene di natale, ti siedi accanto al cugino che tutti adorano: quello che ce l’ha fatta senza studiare o che legge solo roba seria. In quelle occasioni di colpo vieni catapultato nel passato, quando tutto fiero di esserti fatto il primo tatuaggio i parenti-serpenti ti dicevano “Ma lo sai che non si cancella? Come pretendi di trovare un lavoro decente?”.

Ebbene, per farla breve, lo stereotipo più affibbiato ai manga sportivi è quello che “Ma ‘sti giappi cosa c’hanno nella testa? Vi rendete conto che si allenano tutto il giorno per vincere una partita di calcio e c’hanno allenatori che Hitler a confronto era Gandhi? Ma vi rendete conto che Mimì Aiuyara faceva i bagher con le catene ai polsi e Shingo Tamai prendeva a calci gli alberi per colpire più duro il pallone?”

Già a questo punto del monologo del cugino bravo, mentre sei sempre lì al pranzo con i parenti (ma vorresti essere altrove, magari su Marte)… ecco che il cuginetto ammicca e sferra il suo affondo guardandoti sarcastico tagliando il roastbeef con la precisione impeccabile di un chirurgo: “E poi, in fondo, questi musi gialli ‘sta cosa che se non vincono fanno karakiri ce l’hanno nel sangue…sono minorati mentali, quelli lì una partita dell’interregionale la vivono come la coppa del mondo! E tu leggi ‘sta roba? Roba da repressi, ecco perché non hai un lavoro decente”. A quel punto incassi e rispondi sorridendo: “Ah, pensavo fosse per il tatuaggio…” così passiamo al prossimo argomento: “E la fidanzatina?”.

Il punto che vorresti spiegare a tuo cugino, come a tutti quelli che un manga sportivo lo hanno sfogliato senza capirlo, al partito del “Ai bambini la Disney e basta” e a quello del “Io a mio figlio i cartoni giappi non ce li faccio vedere”, che come al solito le cose sono più complesse e tale complessità è difficile percepirla se osservata lontano anni luce.

La parola “spokon” in giapponese indica il genere che identifica storie manga o anime di tematiche sportive, ed è il risultato della contrazione fra スポーツ supōtsu e 根性 konjō, significando letteralmente “tenacia nello sport”.

Lo sport è quindi il tema che coinvolge i personaggi, mentre la cosiddetta “tenacia” è il come esso viene affrontato, con tutti i sacrifici del caso, più o meno iperbolici, ma il fumetto, si sa, è fatto anche di iperboli, e se accettiamo che Willy Coyote cada dal Canyon senza farsi neanche un livido, allora accettiamo anche che Tiger Mask 2 si alleni con una tigre corazzata in una piramide.

Tiger mask uomo tigre 2

Diciamolo, la disciplina, pur narrata con tutta la poesia del caso per andare a pescare dal bacino di lettori appassionati, varia da manga a manga, ma la costante resta sempre il sacrificio: la partita di calcio, l’incontro di boxe o l’ultimo set nel tennis non sono che una minima parte della storia che si sviluppa sulle difficoltà nella vita di tutti i giorni del protagonista che – come in qualsiasi altra opera, questo sta a pagina 1 dei manuali di sceneggiatura – ha bisogno di qualcosa, per la maggior parte delle volte di riscatto personale.

Ovviamente da Tommy, la stella dei Giants a Slamdunk sono passati anni e anni di evoluzione, in cui i vari autori hanno potuto giocarsi le carte del comedy o della drammaticità in modo da variare il prodotto. Non è quindi un caso che Hanamichi in Slamdunk sia uno sfigato che, seppur lontano anni luce dall’asso Rukawa, si allena per eguagliarlo e per far colpo sulla tipa della scuola, scoprendo poi che il basket è bellissimo, ma anche che con l’ultimo anno di superiori dovrà mollare la sua squadra (e qui comedy e dramma Inoue li ha fusi in maniera impeccabile).

La commedia, l’odissea dell’imbranato che diventa bravo con la costanza e l’allenamento, tendono a variare gli sviluppi delle trame, ma l’importanza dell’esercizio, del votare tutto se stesso a una causa, sono la naturale conseguenza del bisogno di riscatto di ogni personaggio dei manga sportivi.

In pratica, il risultato, la vittoria, conta in funzione del suo scopo: non è il trofeo vinto ad avere importanza, ma il percorso con cui ci si è arrivati, e soprattutto il motivo che ti ha spinto ad arrivarci. “The Fight is all”, diceva Ryu di Streetfighter, rinunciando, anche se imbattuto a salire sul podio suo di diritto, mentre col suo sacco da palestra in spalla percorreva un viale alberato alla tenue luce di un tramonto di pixel.

Senza la motivazione, senza il sacrificio per arrivare allo scopo, che poi è un pretesto, si assisterebbe solo a una fredda telecronaca: riflettiamoci, se gli spokon continuano ad avere così successo in Giappone, è ovvio che nelle loro storie, nelle vicende legate a una disciplina con regole stabilite e rigide, ci deve essere molto di più dietro.

Nell’ambito degli sport da combattimento sono pochi gli spokon a essere approdati qui in Italia e molto spesso, cito per tutti Noritaka, solo perché particolarmente comici o perché legati all’amarcord, come Forza Genki, Tiger Mask o Rocky Joe. Tough di Tetsuya Saruwatari è in realtà un sequel: le vicende narrate nascono da un manga mai proposto al pubblico italiano in cui il protagonista è un pischello alle prime armi con le arti marziali. Forse il tratto un po’ più acerbo di Saruwatari, forse scene alla Porky’s con il nonno del protagonista beccato in flagrante con i giornalini porno lo hanno reso inappetibile, di fatto, è bene ribadirlo, come il Cyborg 009 che conosciamo… Tough è un sequel!

Di recente possiamo segnalare Garouden, nella versione ipertrofica disegnata da Keitsuke Itagaki sulla cui scia è stato pubblicato il romanzo grafico realistico del compianto Jiro Taniguchi, oppure All Rounder Meguru, di Hiroki Endo, grazie alla crescita di popolarità delle MMA come sport, come anche alla fama del’autore per Eden.

In Giappone, dove le arti marziali non sono uno sport da relegare in seconda serata come in Italia, di spokon ne esistono molti e soprattutto in una vasta gamma che va dal manga “serio” al comedy. Ikki Kajiwara ha lasciato una grande traccia negli spokon sulla lotta con dei titoli celebri anche da noi grazie alla trasmissione dei cartoni da loro tratti, come Rocky Joe e Tiger Mask. Entrambi possono vantare ben poche incursioni nel comedy, tanto che Kajiwara era famosissimo per “maltrattare” i suoi personaggi inserendoli in contesti disagiati per poi “regalare” loro fini tragiche: una volta, dopo il lavoro, in un bar dove era andato a bere, discutendo con un collega disse a proposito di Tooru Riki, l’avversario di Rocky Joe: “Io a quel Riki lo ammazzo!”, e leggenda vuole che chiamarono gli sbirri! Che sia vero o no, basti un esempio per tutti: Naoto Date, alias Tiger Mask, muore travolto sotto un autobus dopo aver vinto il suo ultimo incontro ed essere stato “smascherato”: leggeteci ciò che vi pare, forse Naoto era Tiger Mask e Tiger Mask Naoto e quindi cessato di esistere l’eroe del ring doveva cessare di esistere anche il suo alter ego, ma qui dovrei tirare in ballo Pirandello, Stevenson e forse anche un po’ di Palahniuk per poi finire a parlare di Watchmen…

Mai come nel manga di arti marziali un allenamento iperbolico viene coadiuvato da sacrifici immani, basti pensare alla dieta in Rocky Joe, come anche alla disciplina più ferrea. Kajiwara, però, ha avuto il merito di creare un personaggio, Joe Yabuki, che, abituato agli stenti della povertà, viene folgorato in carcere dalla boxe insegnatagli dal vecchio Danpei Tange e deciso a diventare campione.

rocky

Yabuki è però di natura un attaccabrighe, che dai tempi di Cassius Clay è considerata una qualità (perché uno come un Conor McGregor riesce a creare hype e a far vendere i PPV grazie ad atteggiamenti sopra le righe), ma che all’epoca, e nel compostissimo Giappone, lo rende antipatico ai più.

Joe, facciamo bene attenzione, è uno scavezzacollo, se vogliamo una lingua lunga e “sregolatezza” pura fuori dal ring, mentre una volta nel quadrato vende cara la pelle con lealtà e astuzia. Non è un pugile dotato se non di “cuore”, e infatti nel manga di incontri ne vincerà pochi, l’ultimo, che gli costerà la vita, lo vincerà solo “moralmente”. Tuttavia la sua lealtà sportiva non si discute: quando non si cimenta in risse da strada con gli yakuza, è un pugile che in tutto il manga, se ricordo bene, non molla neanche una testata o una gomitata all’avversario e Danpei lo sottopone a degli allenamenti che, per quanto mostruosi, lui accetta senza battere o quasi ciglio se il premio finale sarà il miglioramento.

Ikki Kajiwara, dopo Rocky Joe, scrisse anche la sceneggiatura di un manga ispirato alla vita del Maestro Oyama, inventore del Kyokushin: Karate Baka Ichidai, disegnato da Jiro Tsunoda e Jōya Kagemaru.

Quando si fa il nome del “Maestro Oyama” in Giappone non è mai con leggerezza, soprattutto dai praticanti del Kokyushin Karate, uno stile a contatto pieno e dalla storia fatta di prove fisiche al limite dell’assurdo.

Kyokushin significa “verità finale” e, prima degli anni ’60, anno della sua nascita il karate era divenuto una disciplina più sportiva che da combattimento, statica se vogliamo, con delle codificazioni al limite del didascalico: Goju Ryu, Wado Ryu o il popolarissimo Shotokan in realtà destinavano al “combattimento reale” una parte dell’allenamento, cercando sempre nell’ambito della pratica un compromesso tra il contatto fisico e la limitazione dei danni conservando con religioso rispetto la tradizione.

Ci volle un coreano, Masutatsu Oyama, immigrato in Giappone, per dare vita a questo nuovo stile “kenka”, cioè a contatto pieno e così intenso negli allenamenti quasi da superare nella realtà quasiasi sadomasochismo presente nei manga.

masoyama

Oyama, da semplice immigrato, esattamente come fece Rikidozan nel Puroresu (il Wrestling giapponese) riuscì ad arrivare alla ribalta dopo essersi sottoposto a prove incredibili che ne avevano forgiato il fisico e lo spirito.

Il maestro ricercò l’illuminazione nell’isolamento in montagna, indurendo le sue estremità e soprattutto le sue nocche praticando le arti marziali tutto il giorno: non disdegnò di lottare, pare che sia vero, perfino con gli orsi.

Una volta fuori dall’isolamento dei monti, tornato alla civiltà, stupì l’opinione pubblica con delle tauromachie filmate dalla stampa: non ci credete? Fatevi un giro su youtube se non vi impressiona vedere un povero toro con le corna fracassate da potentissimi colpi di palmo della mano.

Il tema della lotta con il toro, presente sia in Garouden che in Tiger Mask 2 non piove casualmente dal cielo, ma ha fondamenti storici e richiami che discendono dalla storia del Kyokushin… come anche il fatto che Oyama girovagasse a dimostrare che il suo stile era davvero l’ultima verità in ambito marziale. Se riflettete su Ryu di Streetfighter che girovaga con il karategi strappato alla ricerca di un avversario sempre più potente da annichilire… ecco, avete il quadro completo di come nell’immaginario marziale nipponico questo coreano immigrato abbia conquistato sul campo un posto di riievo.

Film biografici sul Maestro Oyama, non molto fedeli ma molto attenti a riprodurre le sue leggendarie imprese, come quella che solo pochissimi sono riusciti a eguagliare: il kumite, o combattimento, contro cento avversari, battuti uno dopo l’altro senza pause o interruzioni. Sonny Chiba, la stella nipponica del cinema action anni ‘70, ha interpretato Oyama in una trilogia, ma il personaggio ha ancora il suo fascino, e persino in Korea, dato che Fighter in the Wind è una produzione coreana del 2004.

Mas Oyama Bull Fight

Soprattutto dopo la morte di Oyama, il Kyokushin come stile subì delle modifiche, come la codificazione di regole strette in combattimento: il divieto nei tornei di portare i pugni direttamente al volto, il rendere illegali le prese corpo a corpo che una volta erano consentite creò una sorta di detronizzazione di questo stile marziale dall’immaginario collettivo: il trono che oggi appartiene alle MMA, uno sport marziale più “completo”, perché cura anche l’aspetto della lotta a terra, punto debole di qualsiasi disciplina basata esclusivamente sullo “striking”. Il Kykushin, come accade in tutte le dinastie, ha subito scissioni da parte di maestri in disaccordo, tanto che da una sua costola è nato lo Shindokai, da cui è nato il circuito di kickboxing chiamato “K1”.

Lungi da me dilungarmi sui tecnicismi e stili vari laddove non sono indispensabili per questa disanima, per questo non indugio oltre a introdurre uno spokon di arti marziali che riesce a ribaltare persino i punti fermi fissati da Ikki Kajiwara.

Abbiamo visto come sia Rocky Joe che Tiger Mask tengano atteggiamenti sopra molto le righe: Joe è un attaccabrighe che ha un lato leale sul ring e quello più ferino fuori, dove lotta con yakuza e finisce anche in prigione; Naoto Date, invece, è un classico “heel” del Wrestling, così “educato” dalla associazione “Tana delle tigri” che viene illuminato sulla strada di Damasco da Kenta (un moccioso a dir poco insopportabile) che lo idolatra e che quindi lo porta sulla retta via e a battersi lealmente per finanziare un orfanotrofio: di recente in Giappone un tizio ha fatto delle donazioni a degli orfanotrofi firmandosi Naoto Date… il che la dice lunga sul fatto che gli eroi di Kajiwara, per quanto tormentati, sono dei buoni diavoli alla fin fine.

La strada lastricata di buone intenzioni degli spokon di cui parlavo all’inizio, sembra però interrompersi con Shamo, un manga a dir poco eccezionale sul piano grafico e, almeno nella prima parte, su quello della trama, che sovverte ogni regola del manga sportivo tradizionale con un vero e proprio pugno nello stomaco.

L’opera è stata scritta da Izo Hashimoto e illustrata da Akio Tanaka: essendo un seinen, già dalle illustrazioni si mette in chiaro che qualsiasi caricatura o estremizzazione dei tratti dei personaggi per individuare il tipo comico, il figo o l’antagonista è azzerata. Il disegno è realistico, tenta quasi di infrangere la barriera fra mondo di carta e quello reale.

Immaginate un contesto illustrativo realistico su una storia cruda, dalla precisione chirurgica e che sostituisce il melodramma in cui Rocky Joe e Tiger Mask spesso cadono (del resto sono opere di svariate decine di anni or sono) con la freddezza dello “Show Don’t tell”, il lasciare allo spettatore il giudizio delle situazioni.

Ryo Narushima è un ragazzo di 16 anni che non mostra alcun disagio, apparentemente, ha ottimi voti a scuola ed è destinato alla fine degli studi a diventare forse parte della classe dirigente della nazione… almeno finché qualcosa dentro di lui scatta e massacra i genitori a forza di pugnalate risparmiando solo la sorella.

Sin dall’inizio si mette in chiaro una cosa: Narushima è colpevole, non ci si devono aspettare deus ex machina che ne dimostreranno l’innocenza. Narushima ha ucciso a sangue freddo i genitori per motivi ignoti. Il ragazzo, così sperduto e dal fisico gracile, viene condannato al riformatorio (e gli va anche bene, visto che in Giappone per certi crimini se si è maggiorenni c’è la forca), dove viene gettato come un agnello tra i lupi. Narushima gode del disprezzo di carcerieri e carcerati: come Rocky Joe dietro le sbarre dovrà farsi rispettare, ma Joe è dentro per truffa, non ha ammazzato nessuno… e, soprattutto, fuori sapeva cavarsela perché sempre vissuto in strada.

In Giappone già dai primi numeri questo manga fece parlare di sé, tanto che la sua serializzazione è stata davvero tormentata, perché avvicendatasi sotto due case editrici… ma è comunque riuscito a sopravvivere, come il protagonista, lo vedremo tra breve.

L’impatto di una trama così atroce, di un antieroe che non è un antieroe, ma un meschino omicida (e dei peggiori), ha fatto una presa tale sui lettori anche perché proseguendo di episodio in episodio, l’opera di destrutturazione dei tradizionali spokon è arrivata a dei livelli impensabili.

Ci troviamo di fronte a un’operazione in cui la purezza dello sport e soprattutto delle arti marziali, che dovrebbero avere un codice morale inossidabile e incorruttibile, viene così ribaltata da far pensare alla versione diabolica di Rocky Joe e di tutto ciò a cui Kajiwara ci ha abituati.

Come Joe trova il suo mentore, Danpei Tange, vecchio pugile fallito, allo stesso modo Narushima trova Kenji Kurokawa, anziano maestro di karate. Danpei Tange non era in prigione, lui insegnava la boxe ai detenuti per un programma di rieducazione alle regole tramite lo sport; anche Kurokawa fa qualcosa di simile con il karate, solo che Kurokawa è un detenuto… e non certo per aver rubato una mela. Infatti è un assassino, e soprattutto un terrorista: ha ucciso due guardie del corpo di un ministro nel tentativo di fare fuori il politico con un pugnale tradizionale.

Kurokawa è un Yukio Mishima che non si è onorevolmente suicidato e che soprattutto non ha certo preso un megafono per incitare l’esercito alla ribellione: lui ha ucciso. Quindi ne consegue che già il mentore di Narushima è un estremista della peggiore specie, mandando in frantumi anni e anni di modelli di maestri integerrimi, di “togli la cera e metti la cera” bonari, perché in definitiva la fiducia dell’allievo viene riposta in una sorta di demone.

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Kurokawa vede del potenziale nel ragazzo e per aiutarlo a sopravvivere gli insegna tutti i trucchi, anche più sporchi, come quando amorevolmente gli suggerisce di estendere il dito medio e mirare con quello alla radice del naso per centrare gli occhi con indice e anulare: roba che neanche in Garouden si vede, tanto che prima di combattere anche in strada i contendenti dicono “Facciamo che è vietato cavare gli occhi!”

Il Karate che Kurokawa insegna a Narushima che viene tramutato così in Shamo (cioè “gallo da combattimento”) è in definitiva il Kyokushin, questo ve lo diranno praticanti e non praticanti con un minimo di esperienza, solo che Hashimoto non poteva chiamarlo Kyokushin o gli adepti del maestro Oyama avrebbero alzato un polverone che potete solo immaginare. No, lo stile di Kurokawa si chiama Banryukai, che è di pura invenzione… anche se il nome Ryo Narushima è quasi uguale a Ryu Narushima, leggendario combattente di Kyokushin realmente esistito. Non mi soffermerò su simili “strane parentele” nei nomi tra persone realmente esistite e i personaggi del manga, come non farò notare altre somiglianze tra il karategi della Banryukai e quello del Kyokushin: quello che mi preme far notare è però la somiglianza tra le faide interne, le scissioni in questo stile di karate e quanto viene narrato in Shamo.

L’opera di decostruzione di uno spokon originale ma allo stesso tempo tradizionale come Rocky Joe avviene nei modi più subdoli e soprattutto in modalità simili a un calcio sleale nelle parti basse.

Narushima esce di galera dopo essere mutato nel fisico e nella personalità: il corpo forgiato dagli allenamenti, il cranio rasato e il carattere collerico e cinico. È un malvagio che la società non ha recuperato, tanto vale fare il “malvagio” al meglio e fare soldi con ciò che si è imparato dalla rieducazione carceraria: prendere a botte la gente.

Ryo è incazzato col mondo, odia tutti, anche se stesso, ma soprattutto odia Naoto Sugiwara, combattente della Banryukai che stupisce il mondo con il suo stile pulito: è il classico bravo ragazzo che vive secondo l’Hagakure (ignorando che la Banryukai è marcia fino al midollo o infischiandosene), ha una bellissima ragazza e gode della gloria meritata dei campioni.

Narushima lo vuole affrontare, ma le loro classi di peso sono differenti… e soprattutto Sugiwara non è minimamente interessato a vedersela con un ex detenuto che ha ammazzato i genitori.

Il nostro, quindi, decide che se la montagna non va a Maometto deve convincere Sugiwara ad accettare la sfida… stuprandone la fidanzata!

Avete capito bene: un personaggio principale di un manga che commette prima parricidio e poi stupro. Una cosa del genere non si era mai vista e ha sollevato polemiche tali da contribuire forse alla interruzione della pubblicazione per la rivista Weekly Manga Action. Solo in seguito il titolo è infatti approdato su un’altra rivista, Evening.

La discesa negli inferi di Narushima nel suo tentativo di distruggere autodistruggendosi, l’immergersi nei suoi pensieri torbidi a volte più simili a quelli di un animale (che tenta di emergere da un girone infernale per esserci subito ricacciato) non ha lasciato indifferenti i lettori, tanto che la sopravvivenza di un titolo simile non si spiega che con una potente fanbase.

Sugiwara decide di affrontare Narushima in un ring regolare, promettendo però alla fidanzata di lavare l’onta dello stupro uccidendolo: esattamente quello che desiderava forse Ryo.

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In questo senso le alte dirigenze della Banryukai e il canale TV che intasca soldi a palate con l’audience degli incontri di Sugiwara raggiungono un accordo e il match viene stipulato. Il marcio, la commercializzazione del male, il voyerismo da reality cominciano a farci riflettere su chi sia peggio: Narushima o chi vuole fare soldi su di lui? Chi ha sancito l’incontro gli affianca uno staff di “esperti” di dubbia fama e moralità: un giornalista ubriaco che deve narrare le torbide gesta dello sfidante, per darle in pasto a un pubblico di “turisti del macabro” sul genere di quelli che si affollano nei luoghi dei delitti sperando di essere intervistati; un “medico” che risolve il problema delle classi di peso imbottendo Narushima di steroidi… cosa che il ragazzo accetta senza pensarci due volte, come Rocky Joe accettava la dieta ferrea.

Gli steroidi, le sostanze illegali, sono una scorciatoia, un meschino mezzo per arrivare dove non si può arrivare, ed è quindi un rovesciamento ulteriore del tipico schema sugli allenamenti di ogni spokon, dove si vince, ma sempre in modo pulito. Narushima però rischia la vita, spesso gli steroidi lasciano segni indelebili sul suo corpo, eppure lui non esita a continuare per ottenere lo scopo, anche se significa rimetterci la pelle. Altri membri dello “staff” sono tutto un programma: sparring partner che hanno fallito e che vogliono aiutare un assassino a battere un “fighetto” che però ce l’ha fatta… ah, in barba all’astinenza sotto allenamento, viene reclutata anche una prostituta che faccia sfogare Ryo di quanto non è riuscito a sfogare con un addestramento massacrante.

Queste incursioni nello humor nerissimo sono lì per soppiantare gli inserti “comedy”, aggiungono cinismo a un’opera già maledetta e stanno a ricordarci che in questo spokon niente può finire bene, il sapore della vittoria è qualcosa di falsato o inarrivabile anche quando l’avversario è a terra a dirti che hai vinto. In questo Shamo e Rocky Joe hanno dei punti in comune, lo ammettiamo, ma se Rocky Joe appassiona con l’unico elemento “pulito” della vita del protagonista, la “boxe”, in Shamo anche il karate non è che un insieme di tradizioni ormai sbiadite dove le lotte di potere soppiantano anche l’onore.

La fama, il clamore creatosi attorno a questo manga dalla vicenda editoriale incerta hanno fatto sì che gli autori finissero in tribunale: non per i temi trattati, ma per una vile questione di denaro, 150 milioni di yen per la precisione.

Il disegnatore, Tanaka, ha citato in giudizio lo sceneggiatore Hashimoto reclamando la proprietà del personaggio e il fatto che la storia di Narushima fosse farina del suo sacco.

Pur non trovandomi in Giappone e non avendo seguito la vicenda direttamente, mi suona comunque strano che Tanaka si sia ricordato di un particolare non certo da nulla solo in seguito alla trasposizione di Shamo al cinema da parte di Soi Cheang, regista di Hong kong (la cui pellicola a dire il vero è stata accolta tiepidamente dai miopi fighetti di Cannes) nel 2008.

Dopo la causa legale Tanaka ha preso le redini del manga continuandone la serializzazione su Evening distruggendo quel che Shamo aveva significato per anni.

Si può parlare di banalizzazione del male nel Narushima dipinto da Tanaka: è truce, è cattivissimo, ma è come depotenziato. Una macchietta che combatte altre macchiette inserito quasi a forza in una trama dove Sugiwara viene liquidato in fretta e furia e ci si perde in scene action disegnate da dio per quanto prive di anima.

Le sottotrame lasciate aperte prima della interruzione per via della causa legale non riusciranno a trovare soluzione: perché Narushima da piccolo era mancino? Perché suonava il violino magistralmente? Che significato ha il disegno così oscuro e misterioso che fece alle elementari?

Domande senza risposta, come quella sul perché Narushima abbia ucciso i genitori: una risposta plausibile è stata data proprio nel film di Hong Kong, realizzato prima della conclusione del manga, ma è comunque insoddisfacente.

Il finale di Shamo col trentaquattresimo tankobon personalmente l’ho vissuto come il distacco della spina a un malato in agonia: era troppo tempo che le vicende si attorcigliavano su loro stesse, proponendo una galleria di personaggi che facevano a gara a chi fosse più marcio, una fiera delle atrocità monotona e inutile. L’ultima tavola, criptica e di certo lontana da un happy ending che nessuno si aspettava, richiama il finale tragicamente “aperto” di Rocky Joe, sembrando quasi “riconciliarsi” come il figliol prodigo con l’opera che questo manga aveva voluto demolire e sovvertire.

 

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