Fumetto d'Autore ISSN: 2037-6650
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RECENSIONE TEX 100: “FORTE APACHE”

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Hola, amigos! Oggi è tempo di fare un salto indietro nel tempo.

Come preludio alle celebrazioni per i 70 anni, all'ultimo Lucca Comics è stata presentata una serie di ristampe chiamate “Classici Bonelli Oro” di alcune tra le maggiori testate della Casa Editrice: Zagor, Mister No ed ovviamente Tex.

Nella fattispecie è stata riproposta ai lettori la storia numero 100, conosciuta come SuperTex, anche se il titolo dell'avventura è “Forte Apache”.

Stavolta i colori non sono una novità: infatti era stato lo stesso Sergio Bonelli ad annunciare nella sua prefazione sull'albo che quel grandissimo, per l'epoca, traguardo sarebbe stato speciale, tutto a colori per l'appunto.

Già dalla prima pagina quindi siamo travolti dalla nostalgia, dallo stile che una volta caratterizzava la maggior parte delle storie di Tex, dal momento che gli autori rispondono ai nomi di Gianluigi Bonelli e Galep.

In questo volume c'è tutto il mondo texiano racchiuso in un unico “giornalino”: un'indagine che per chiunque altro sarebbe stato semplicemente folle intraprendere, interrogatori come piacciono a noi, vale a dire senza troppi riguardi per i balordi di turno che si vedono balenare davanti agli occhi la poco allegra prospettiva di finire appesi ad una robusta corda di canapa se non sciolgono la lingua alla svelta, sparatorie, risse, nefasti presagi da parte di oscuri “uomini della medicina”, cavalli lanciati in galoppi sfrenati e naturalmente i quattro pards in azione.

A dire la verità stavolta non ci sono “solo” loro ma si uniscono al coro altri tre compagni che ben conosciamo e che già allora erano alcuni dei più fraterni e valorosi amici dei Nostri: non posso non dirvi chi sono, perchè, ne sono certo, la presenza di questi “pards aggiuntivi” non farà che aumentare il vostro interesse.

Jim Brandon, Pat Mac Ryan e Gros-Jean (sì, lo so, anche a me sarebbe piaciuto fare l'en plein con Montales ma è facile intuire che il “valiente” messicano fosse, allora come ora, impegnato in prima linea a lottare per il suo Paese), vengono convocati da Tex tramite il “filo che parla” del telegrafo di una guarnigione, affinché si aggreghino alla squadra che dovrà affrontare, come sostiene lo stesso Carson rivolgendosi a Tex in uno dei battibecchi che abbiamo imparato ad apprezzare ed anzi quasi a pretendere nelle avventure che li vedono insieme, “una grana come non era mai capitata prima d'ora”.

Ma in cosa consiste questa “grana”? Presto detto.

Una banda di predoni Apaches va fermata a tutti i costi, prima che un vero e proprio fiume di sangue e terrore si diffonda lungo tutta la Frontiera, non solamente in Texas, da dove inizia la narrazione.

Ma prima che cominciate a pensare che per i quattro impavidi cavalieri, come recita la bella canzone di Graziano Romani “Four brave riders”, contenuta nel cd “Il mio nome è Tex”, un'impresa del genere si riduca ad un'altra semplice “giornata al lavoro”, devo avvisarvi che questa volta il vecchio Kit potrebbe avere ragione.

Non sarà facile mettere il sale sulla coda ai ribelli anche perché il loro capo, il feroce Matias, può contare su una rete di informatori ben distribuita. Fin troppo.

Ci sono dei traditori anche in posizioni quasi insospettabili, dico quasi perché nulla sfugge al fiuto da segugi dei Rangers: non si tratta dei soliti rinnegati o comancheros, cioè mercanti di armi senza scrupoli, che infestavano il West, incuranti delle tragedie e delle morti di cui si sarebbero resi complici fornendo fucili ad indiani con la testa piena di improbabili sogni di gloria, spesso ottenebrati da acqua di fuoco di pessima qualità, venduta loro, neanche a dirlo, il più delle volte dagli stessi mercanti.

 

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In certi casi non c'è possibilità di negoziato, non si possono seguire alla lettera i regolamenti.

La sola legge è quella del più forte e la sola voce che un certo tipo di farabutti è in grado di ascoltare è quella, autoritaria e risolutiva, del Giudice Colt.

Ci troveremo anche noi un posto attorno al fuoco del bivacco ascoltando attentamente il piano di Tex, lasciando tempo a Carson di metabolizzarlo con le sue solite simpatiche lamentele e dando poi la parola ad ognuno degli altri affinchè dica la sua.

Ogni consiglio è ben accetto, ogni parere considerato.

Visiteremo una riserva indiana per andare a parlare con il capo tribù in modo da avere informazioni di prima mano sui ribelli, faremo tappa in più di un forte delle giacche blu al fine di mettere al corrente i comandanti delle mosse da fare coordinando la capacità operativa del nostro piccolo commando di valorosi a quella delle truppe messe in campo a supporto dell'operazione e ci ritroveremo ad entrare in un trading post ben diverso da quello in cui siete ora comodamente appoggiati al bancone, buttando giù un goccio mentre chiacchieriamo, ma talmente squallido da fare un favore al proprietario se “accidentalmente” faremo cadere un fiammifero acceso dopo che qualcun altro, magari dal pizzetto e dai baffi bianchi o che indossa una certa camicia gialla, aveva altrettanto maldestramente rovesciato un lume a petrolio…

Non datevi troppa pena, quel “covo di furfanti” è solo una delle tante tane di serpenti che dovranno essere scoperchiate: stavolta non è sufficiente eliminare i pesci più grossi.

Bisogna fare tabula rasa, mandando in questo modo anche un chiaro messaggio a qualunque testa calda, bianco o indiano, e ad ogni viscido maneggione che eventualmente volesse intraprendere una simile attività, illecita e drammaticamente pericolosa per la pace nella regione.

E' necessario, se si vuole impedire che la faccenda possa ripetersi.

Noi sappiamo che Tex e gli altri non sono tipi da uccidere a sangue freddo ma quel balordo con il collo infilato in un minaccioso e ben stretto cappio non ne è così certo, specialmente dopo essere stato sbatacchiato a dovere ed essere svolazzato nella stanza “come un fringuello” grazie anche ai delicati modi di Pat e Gros-Jean. Perciò non preoccupatevi (proprio come faceva a volte il buon Montales, guadagnandosi appellativi come “cuore tenero” o nella migliore delle ipotesi venendo bonariamente preso in giro in merito alla sua sudorazione dopo aver assistito ad una scena simile, cosa che per esempio accade o meglio accadrà in “Lampi sul Messico”, parte della lunga e bellissima storia disegnata addirittura da due artisti, Fusco e Civitelli) e non interferite con i modi all'apparenza bruschi dei Rangers, nell'interrogare un malvivente.

Hanno esperienza da vendere e soprattutto hanno le loro buone ragioni.

Per una volta non incontreremo sulla nostra strada militari corrotti o pieni di boria.

La patata bollente che il Comando ha rifilato ai Pards scotta talmente che i marmittoni in divisa risulteranno del tutto disponibili a seguire la fine strategia ideata da Tex e non avranno nulla da ridire neanche quando riceveranno ordini da parte di un “civile”.

Anche i soldati avranno il loro da fare contro i numerosi membri della sanguinaria banda di ribelli ma la parte più rognosa del lavoro spetterà, inutile sottolinearlo, ai 7 compagni: saranno loro a doversi infilare nella tana del lupo, per tentare di sradicare il male alla radice.

Ci saranno mosse e contromosse, inganni e trucchi per far credere agli avversari di avere ancora campo libero, ma state pur certi che non si tratterà solamente di battere il nemico in astuzia.

I Winchester diverranno roventi e non ci sarà un attimo di respiro.

Quando credete che tutto stia andando come sperato, nel West come nella vita di tutti i giorni, spunta l'imprevisto che rischia di far crollare come un castello di carte anche la più brillante delle tattiche.

Sarà una questione di resistenza, dei vostri nervi e dei vostri mustang, bisognerà dosare bene le forze e scegliere quando scappare o quando appostarsi e combattere per fermare quella muta di feroci coyotes assetati di sangue e vendetta che avrete alle calcagna e che diventerà sempre più mortalmente vicina.

 

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Galep crea sulla carta tavole che possono senza timore di esagerare essere paragonate ad alcune scene di classici film western come quelli di John Ford, interpretati dal mitico John Wayne.

Anche noi sentiremo una crescente tensione durante l'inseguimento che contrappone Tex e gli altri agli indiani e sono certo che molti di voi, sfogliando le pagine, hanno percepito i muscoli irrigidirsi: è come se anche il lettore avesse bisogno di smontare di sella per una breve sosta o sentisse la necessità di alzare lo sguardo per accertarsi di non avere nessuno alle spalle.

Spari, acuti nitriti, grida di dolore, schianti di rocce che si frantumano ed urla selvagge saranno la colonna sonora della parte finale dell'albo.

I testi del grande Bonelli non deludono mai, dosando alla perfezione intensità ed umorismo, i dialoghi non risultano mai pesanti ed anche le spiegazioni con le quali i Pards ci mettono al corrente delle mosse successive nelle indagini sono scorrevoli e ben inserite nelle vignette.

Certo, il linguaggio se letto con occhi moderni può apparire in alcuni punti antiquato, come quando ad esempio ogni forte viene indicato per l'appunto con la parola “Forte” seguita dal nome mentre invece oggi spesso si usa dire solamente “Fort”, o alcuni termini hanno un sapore d'altri tempi come “giuoco” invece dell'odierno “gioco” senza la U.

Un piccolo errore da segnalare ma che invece di farci inalberare provoca un sorriso di malinconia consiste nel fatto che in una tavola Gros-Jean compare sostanzialmente in due posti quasi nello stesso momento, dietro un'improvvisata trincea dalla quale Tex ed i suoi compagni stanno facendo vedere l'inferno agli avversari a suon di piombo e su un ripido canyon, questa la sua corretta posizione, dove insieme a Pat sta per far piovere sulle zucche dei nemici alcuni “confetti”.

Una svista che rende umana la perfezione.

Il solo aspetto leggermente negativo consiste nella ristampa dei colori, che a volte riducono l'efficacia delle chine di Galep fornendo qua e là un effetto presumo non volutamente sfocato così come in certe pagine anche nella versione originale i margini non venivano rispettati in modo nettissimo. Probabilmente le tecniche dell'epoca non garantivano precisione assoluta, considerando inoltre che si trattava del primo volume interamente a colori.

Il discorso cambia se invece tutto ciò è da imputare alla sfortuna, che mi ha fatto ricevere un albo con alcuni difetti di fabbricazione. In ogni caso, anche confrontando la ristampa con l'albo d'annata della mia collezione, si possono notare alcune sbavature, allora come nell'edizione moderna, ma prendetela, diciamo, come una nota... di colore nel discorso.

Una menzione va alla copertina, sempre ad opera di Galep, che vede Tex riproporre la posa di Humphrey Bogart in una delle locandine del film “The enforcer” (“La città è salva” nella traduzione italiana) del 1951. Omaggio ben noto a tutti i texiani non proprio di primo pelo.

Questa non è l'unica volta in cui compare un simile tributo e non sarà l'ultima.

Per chi vi scrive rappresenta un valore aggiunto che crea una sorta di legame, di neanche troppo velato parallelismo tra fumetto e cinema, come succede ad esempio per la copertina di “Dramma al circo” se la associate ad un'immagine che rimanda a “Gunsmoke”, una serie televisiva americana andata in onda tra il 1955 ed il 1975 e, facendo un salto in tempi più recenti, tutti gli appassionati di Western hanno senz'altro colto il riferimento presente nella splendida cover del numero 600, ad opera di Villa: Tex rievoca la postura che John Wayne mantiene nel poster del celeberrimo film “Sentieri selvaggi”.

Sempre rimanendo in argomento nomino per il puro gusto di stuzzicare la vostra curiosità anche un altro paio di copertine quali “Sete di vendetta” e “Squali” (il mio disegno-tributo raffigurante Tex che avete visto prima, in alto, è proprio collegato a quell'albo).

Attori simbolo del genere Western come ad esempio il nostro Franco Nero o lo stesso John Wayne non possono non essere stati considerati a guisa di anche inconsci modelli per alcune bozze o idee.

Per mettere a tacere eventuali malelingue, bisogna dire che quand'anche non ci sia una diretta citazione, gli strettissimi tempi di produzione a cui era sottoposto Galep non solo giustificavano ma rendevano del tutto lecito e comprensibile questo genere di ispirazione, così come venivano usati modellini per diligenze ed armi.

Ciò non accadeva solamente per Tex, basti pensare anche ad alcune copertine firmate da un altro grande in casa Bonelli, Gallieno Ferri, che talvolta si ispirava a Tarzan per alcune posizioni plastiche del suo Zagor.

Adesso nel linguaggio attuale soprattutto cinematografico, questi tipi di richiami vengono detti “Easter egg” (letteralmente uova di Pasqua) dal momento che sono considerati veri e propri regali nascosti che i registi moderni fanno agli spettatori, andando a rievocare anche solamente con una fugace menzione, ricordi passati, che si tratti di libri, serie televisive o pellicole di anche decine e decine di anni fa.

Lo stesso volto di Tex quando ancora non era la Leggenda che è ora ma veniva disegnato nottetempo da un giovane Aurelio Galleppini, il quale metteva le sue maggiori attenzioni nel fumetto di cappa e spada “Occhio Cupo” (si parla proprio delle origini del Mito), aveva tratto ispirazione dall'attore Gary Cooper anche se poi le chine dell'artista, il quale allora era un maestro in divenire, che ora fornisce un esempio ed un'ispirazione a tutti noi texiani, disegnatori freelance per hobby come il sottoscritto o meno, hanno acquistato sempre maggiore autonomia stilistica. Somiglianza fisica mantenuta fino a circa la metà degli anni 50, ma che poi venne tralasciata in parallelo con la maturazione artistica dell'autore e la crescita del successo del personaggio.

Per chiudere il discorso, l'apoteosi delle citazioni vede protagonista proprio Franco Nero che compare nei panni di un non ben precisato “galantuomo” del Sud americano in “Django unchained” di Tarantino e che vediamo scambiare qualche battuta con il protagonista, interpretato da Jamie Foxx.

Quando il moderno Django spiega come si scrive il proprio nome, sottolineando che “la D è muta”, il suo attempato interlocutore risponde soltanto con un laconico “Lo so!”, facendo andare in brodo di giuggiole tutti noi patiti di Western. Se poi consideriamo che in inglese si gioca sul doppio significato poiché si dice “D is dead” che letteralmente significa “morto”, la versione originale rende ancora più l'idea del classico avvertimento “che vale più di mille parole”).

Ma non divaghiamo troppo…

 

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Insieme alla edizione “gold”, chiamiamola così, arricchita da uno splendido disegno di Ticci stampato in rilievo, che campeggia in ultima copertina, viene allegata una statuetta raffigurante il Ranger, anch'essa dorata.

No, non state a morderla come le monete per controllarne la purezza. È di plastica.

Non inserisco mai immagini “personali” ma stavolta faccio un'eccezione.

Potete vedere la “action figure” per dirla in modo altisonante, nella foto che precede queste righe conclusive.

Non fate caso all'altro “cimelio” che compare sullo sfondo.

Da appassionato, non posso certo farmi mancare un'istantanea del Duca, specialmente se ci saluta con quel suo sorriso beffardo ed allo stesso tempo grintoso, da “uomo che deve fare ciò che un uomo deve fare”.

Muy bien, amigos, siamo giunti al termine della nostra chiacchierata.

Animo, buttate giù l'ultimo goccio, riprendete i vostri ferri da tiro e controllate che siano ben carichi.

Tex e gli altri a quest'ora dovrebbero aver già raggiunto il confine ma potrebbero avere ancora qualche cagnaccio alle costole.

E' tempo di far sgranchire le zampe ai vostri ronzini.

Vamos! Appuntamento al guado del Rio Bravo!

 

 

Soggetto e sceneggiatura: G.L. Bonelli

Disegni: Aurelio Galleppini

114 pagine

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