Fumetto d'Autore ISSN: 2037-6650
Dal 2008 il Magazine della Nona Arte e dintorni - Vers. 3.0 - Direttore: Alessandro Bottero
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ANALISI di “TEX MAGAZINE 2018”

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(Contiene recensioni delle storie a fumetti ed approfondimenti sugli articoli)

 

 

Bentrovati, hermanos.

Oggi non parleremo solamente di una storia di Tex, ma avremo modo di analizzare l'intero contenuto del volume che stavamo aspettando fin dall'anno scorso, pregustando articoli e dossier, per non parlare delle avventure, due anche in questo caso, come sempre contenute nel “Magazine”.

Personalmente, dopo aver letto le anticipazioni ero molto curioso di mettere le mani sull'albo soprattutto proprio per potermi gustare i racconti, entrambi con le loro specifiche peculiarità.

Ma andiamo per ordine, riempite il bicchiere fino all'orlo e mettetevi comodi, vi assicuro che le sorprese non mancheranno.

La prima ci spunta subito sotto il naso non appena voltiamo la copertina.

Ditemi chi tra voi non ha aggrottato un sopracciglio pensando “ma che diavolo...” .

Dritto come un pugno allo stomaco ci colpisce l'articoletto introduttivo dove campeggia la foto di un cuoco, o come si dice adesso, di uno chef, dal volto noto al grande pubblico: Antonino Cannavacciuolo.

Già questo basterebbe per far venire qualche dubbio ma la stranezza aumenta notando che sullo sfondo compare un fotogramma tratto da “Per qualche dollaro in più”.

Ve la faccio breve: lo chef viene associato al mitico e compianto Bud Spencer.

Ed in effetti considerata la stazza, aggiunta ad una qualche somiglianza (soprattutto grazie alla barba), il paragone potrebbe anche stare in piedi. Ma quello che fino ad ora era stato solamente un sospetto diventa una certezza quando il cuoco napoletano viene presentato come “principe degli spaghetti Western”, se non addirittura erede televisivo del genere Western, unico baluardo rimasto di quel filone di cinematografia all'italiana. Tralasciando l'opinabile aggiunta della dettagliata pubblicità inerente i programmi di cucina in cui compare ed è comparso mister Cannavacciuolo, nei confronti del quale non nutro alcun sentimento negativo anzi al contrario, lo ritengo una persona simpatica, intelligente e capace nel suo lavoro, se l'autore del piccolo articolo, Graziano Frediani, voleva fare una battuta, secondo chi vi parla, gli è uscita proprio malamente, se invece diceva sul serio, la sola cosa che mi viene in mente è che alcune persone facciano fatica a reggere perfino l'acqua frizzante, non solamente il whisky.

Altrimenti non ci sarebbe una logica spiegazione da attribuire alla solenne presa per i fondelli che i lettori si beccano senza neanche aver ancora iniziato a sfogliare il volume.

Ma in fondo chi sono io per criticare? Senza alcun dubbio, si tratta di una goliardata per strappare una risata, di un modo giocoso per iniziare la lettura. Per quanto mi senta però di affermare che il cavallo di battaglia dello chef, vale a dire il suo “Addios” (sì esatto, con due D) con il quale conclude ogni puntata del suo programma, se detto da lui può anche apparire una sorta di omaggio o citazione, chissà magari lo chef è davvero appassionato di Sergio Leone o addirittura Tex, ma questo non lo rende certamente un simbolo del “Western spaghetti” come sostiene l'autore del trafiletto.

Sperando che l'accezione “Western spaghetti”, detta così, sia utilizzata all'inglese e non solo come un'ulteriore forzatura per poter concludere la pagina, nel divertentissimo (!) modo che vedrete leggendo…

Forse l'autore della suddetta pagina non sa che non si tratta di un attore che interpreta la parte di uno cuoco, anche se compare in televisione, ma di un cuoco vero e che quindi, nonostante il fatto che distribuisca poderose manate sulle spalle in segno di incitamento, questo non lo fa diventare un nuovo “Bambino”, a cui affiancare un nuovo “Trinità”.

A meno che il signor Frediani sia stato messo al corrente di uno scoop che noi non sappiamo su chissà quale revival, per quanto seguendo la sua logica, nel prossimo “Magazine” potrebbe comparire un appello riguardo Terence Hill - don Matteo “santo subito”, anche visto il nome del famoso pistolero dalla camicia sempre logora....

Ma ripeto, facciamoci una risata, buttiamo giù un goccio di qualcosa di forte per poterla fare ed andiamo avanti.

Gli articoli che precedono la prima delle due avventure a fumetti fortunatamente risollevano il morale parallelamente alle sorti del “Magazine”: si parla di film e serie tv, libri e giochi tutti di impronta Western, davvero Western.

Viene anche citato il ben noto Monopoli di Tex, presentato a Lucca Comics 2017 in associazione con la ristampa della prima avventura illustrata dal maestro Ticci, “Vendetta indiana”.

Interessante e ben documentato è poi il dossier sui “gamblers”, vale a dire i giocatori di professione che avreste potuto incontrare passando le serate in un saloon.

Non fatevi illusioni, sotto i modi melliflui e le parole gentili avrebbe potuto nascondersi un serpente a sonagli pronto a spennarvi lasciandovi senza un soldo, non sempre, anzi, quasi mai giocando pulito.

E se poi vi fosse passato per la testa di accusarlo di barare avreste fatto meglio ad essere molto rapidi a mettere mano alla sei-colpi altrimenti avreste scoperto che nella maggior parte dei casi le carte non erano la sola cosa a saper maneggiare con disinvoltura.

L'autore del lungo “file” sui giocatori d'azzardo Maurizio Colombo ci fa tornare alla memoria ricordi sopiti: si parla di mitiche pellicole come “Ombre rosse” od uno dei più bei film sulle gesta dello sceriffo Wyatt Earp confrontando i due giocatori presenti al fianco dei personaggi principali, Hatfield e Doc Holliday, diversissimi ma entrambi con un loro spessore e codice di condotta, fino a spingerci al bellissimo “Un dollaro d'onore” sempre con John Wayne ora nei panni dello sceriffo Chance, dove compare una giocatrice donna e “Continuavano a chiamarlo Trinità” stavolta sì facendo riaffiorare sul volto del lettore un divertito sorriso, ripensando alla famosa scena della partita di poker tra Bud Spencer, Terence Hill ed il “terribile” Wildcat Hendricks fino al più recente e scanzonato “Maverick” con Mel Gibson, tutto incentrato sul poker.

Viene poi rievocata una delle più belle ed epiche storie di Tex, sempre ad opera di Ticci: chi non ricorda “Il massacro di Goldeena” ed il crudele Fraser, che si vuole vendicare del trattamento a base di scudisciate, pece e piume, punizione riservata nel vecchio West a tutti i bari colti in flagrante, nella migliore delle ipotesi.

 

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E' giunto il momento della prima storia di Tex, intitolata “DETENUTO MODELLO”.

Sceneggiata da Tito Faraci, su soggetto di Diego Cajelli, vede ai disegni Luca Vannini.

Protagonisti della vicenda sono Tex e Carson per l'occasione trasformati in scorta ad un detenuto, per l'appunto, diverso dai soliti pendagli da forca con i quali sono abituati a trattare.

Ci sono tutti gli ingredienti che piacciono ai texiani purosangue: agguati, bivacchi nella prateria, furibonde sparatorie, maneggioni corrotti, cazzotti che abbatterebbero un bisonte, indiani ribelli e banditi dall'anima nera come l'inferno.

I disegni ad una prima rapida occhiata in alcune loro parti possono sembrare più simili a sketch rispetto ai tratti netti e lineari che siamo abituati a vedere per mano di alcuni tra i più famosi autori di Tex, il che ha fatto storcere il naso a qualche lettore, ma a mio parere le chine di Vannini si adattano splendidamente al polveroso e concitato racconto che scorre fluido e coinvolgente.

Con la coda dell'occhio sembra quasi anche a noi di scorgere nella stanza il velo di fumo che deve ancora dissolversi del tutto dopo uno scambio di opinioni a base di piombo o di sentire risuonare nelle orecchie l'ultimo colpo di pistola.

L'artista offre il meglio di sé nelle scene notturne, dove le ombre si insinuano tra le tavole costringendoci nostro malgrado a sfogliare le pagine con circospezione, al fine di non tradire la nostra presenza e venire scoperti da un gruppo di avversari troppo numerosi per essere affrontati alla leggera.

Splendida, ad esempio, la vignetta che, tramite un sapiente uso del chiaro-scuro, permette di vedere il bivacco dal punto di vista di Tex, che compare in ombra semisdraiato accanto alla sella, mentre sorseggia il suo caffè.

Non mancheranno un paio di occasioni in cui correrete il rischio di farvi scappare una sonora risata, anche se per i Rangers ci sarà ben poco da ridere, trovandosi nei guai fino al collo per colpa di, come dire, un rumoroso ostaggio.

Con uno stile che in certe vedute di ampio respiro ricorda alla lontana quello di Roberto Diso, noto autore di Mister No, tra gli altri, e per i texiani disegnatore per esempio dello speciale “Figlio del vento”, Vannini ci regala una storia dalla forte espressività, ben articolata ed appassionante.

E poi diciamocelo, è sempre un grande piacere vedere Aquila della Notte e Capelli d'Argento sparare con entrambe le Colt. Un classico che non ci stufa mai.

Un dettaglio sfuggito al disegnatore consiste nell'aver dimenticato di colorare di nero la bandana di Tex, che in una vignetta è rimasta bianca. E' facile intuire l'emozione che deve aver accompagnato l'artista durante tutta la realizzazione delle tavole, emozione umanissima e comprensibile dovendo trovarsi a lavorare con e per il Mito. La dinamicità di alcune scene può essere anche associata alle tavole che abbiamo ammirato ormai molti anni fa nel primo texone “Tex, il grande!”, realizzato da Guido Buzzelli. Anche allora non eravamo abituati a quel genere di stile, che sembra “disegnare il movimento” mantenendo nel complesso una sorta di apparente mancanza di pulizia nel tratto.

Però funziona. Proprio come la storia di Vannini: è perfetta? Forse no. E' bella a tal punto da rileggerla più volte? Certamente sì.

Una pacca sulla spalla va al sempre bravo Omar Tuis che si è occupato del lettering.

Volendo fare le pulci alla storia, si potrebbe obbiettare che l'augurio “buena suerte” risulta ridondante dal momento che non si augura “mala suerte” ad un compagno fraterno e che quindi per riproporre il linguaggio parlato, poteva bastare un simpatico e più spiccio “suerte”, specialmente quando tutto intorno grandinano pallottole, ma come ho detto, è solo una chiacchiera per cercare il pelo nell'uovo.

Nonostante le diverse critiche mosse da parte di alcuni lettori, artista ed avventura senz'altro promossi, secondo me, inserendosi benissimo nella più classica tradizione del Ranger.

Bisogna tener presente che nelle storie che compaiono su volumi come il “Magazine” spesso viene dato spazio a nuovi stili, magari insoliti, alla ricerca di veri e propri tentativi di cercare strade alternative e ad esperimenti artistici, così come nei texoni si ospitano guest star che non sempre hanno una mano adatta a realizzare paesaggi e personaggi del vecchio West.

 

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In previsione della seconda storia a fumetti, che come ormai ben sapete vede protagonista Tiger Jack in solitaria, stavolta davvero senza che nessuno degli altri pards compaia, a differenza di come era accaduto nel passato “Magazine” per la avventura che aveva ufficialmente come centro del racconto Kit Willer, mentre invece erano presenti anche Tex e lo stesso Tiger, possiamo farci una cultura, ed i più esperti possono fare un approfondito ripasso, su alcune vicende storiche inerenti tragici scontri tra indiani e bianchi, tra nativi e conquistatori.

Ed a dirla tutta, quasi sempre la pessima figura la fanno i “civilizzati pindah lickoy”, vale a dire uomini bianchi secondo il dialetto Apache, sempre pronti a rimangiarsi la parola data e fin troppo fantasiosi quando si trattava di eliminare i pellerossa, trovando ogni genere di scusa o pretesto che giustificasse ciò che in realtà era un modo di agire senza onore, non solo non comprendendo le ragioni o le usanze, ma proprio calpestando la dignità e la fierezza di interi popoli.

“7 buoni motivi per disseppellire l'ascia di guerra” di Luca Barbieri è un vero e proprio tuffo nella Storia, scritto da un appassionato. Stupisce quindi la buccia di banana su cui scivola: nell'interessante parallelismo tra indiani ribelli per una valida ragione e rivoluzioni più “nostrane” viene citato Spartaco. Più che giusto, ma l'associazione con la serie televisiva “Spartacus” nella figura di Andy Whitfield, l'attore che interpretava lo schiavo e gladiatore nella prima stagione, poi purtroppo ucciso da una grave malattia e rimpiazzato senza troppi scrupoli dalla produzione con un altro interprete che gli somigliava, stride un po' con il resto.

Non solo per il fatto che la tal serie televisiva è un'accozzaglia di scene al rallentatore con litri e litri di salsa di pomodoro o vernice rossa che schizza da ogni parte utilizzate a guisa di sangue sparso sulla sabbia dell'arena e nelle battaglie contro le legioni romane e di altre scene da bollino rosso che trascendono ben oltre il buon gusto, completamente inutili per non dire degradanti, certamente eccessive anche solamente da vedere, slegate dal continuum della storia e che sono decisamente, diciamo, sopra le righe per quanto ufficialmente la giustificazione per tutto ciò fosse la “veridicità storica” (sarebbe bastato poco per trasformare lo “show” in qualcosa di guardabile dal momento che alcuni spunti degni di essere sviluppati meglio, come certi discorsi su libertà ed uguaglianza, li ha avuti), ma visto le citazioni dell'articolo, azzeccate e “sul pezzo”, che dimostrano una certa ricerca, per evitare un tale capitombolo poteva essere utilizzato come esempio uno su tutti il famosissimo film su Spartaco che vede Kirk Douglas vestire i panni del ribelle che mise in ginocchio Roma.

Come faccio a sapere di che tratta la serie? Che ci crediate o no, ho conosciuto personalmente ed incontrato più volte una delle attrici, protagonista di un vecchio telefilm - “Xena, la principessa guerriera” - che mi aveva accompagnato per tutta l'infanzia e proprio per questo motivo all'epoca sono rimasto basito dal suo coinvolgimento in quello che tra le altre cose è stato un suicidio artistico per chiunque vi abbia preso parte.

Comunque tornando al "Magazine", molti di voi forse faranno correre la mente ad alcuni libri di storia americana che parlano de “Il sentiero delle lacrime”, la drammatica deportazione subita dai Cherokees o si stupiranno scoprendo che non è solo un pretesto narrativo quello di far diffondere epidemie tramite coperte infette, proprio come accadde al villaggio Navajo, durante la terribile epidemia di vaiolo che uccise anche Lilyth, indimenticata e dolce moglie di Tex.

L'ultimo “file” prima della seconda storia a fumetti vede il ritorno di Graziani Frediani.

No, fermi, non si parla più di cuochi né di spaghetti alla carbonara.

Viene fatta una bella disamina sull'evoluzione che il ruolo dei pellerossa al fianco di bianchi ha avuto nel mondo delle nuvole parlanti, dai primi personaggi stilizzati sia nei tratti che nelle caratteristiche fino ai più moderni indiani che hanno conquistato un loro posto anche al cinema come Tonto, il compagno del Lone Ranger. Ed in tutto questo si incastona, punta di diamante per quel che ci riguarda, la ben nota figura di Tiger Jack.

Una chicca è costituita dalla presenza nell'articolo della prima striscia in cui compare Tiger e poi dalla prima copertina in cui abbiamo visto il Navajo (dobbiamo risalire al lontano 1951), associate alla molto più recente e splendida cover di “Morte di un amico” firmata da Villa in cui Tiger Jack è in primo piano al centro dell'immagine.

Vengono poi presentati al lettore tutti gli aspetti di Tiger, dalla sua autoritaria presenza nel villaggio centrale della Riserva quale guerriero universalmente riconosciuto come valoroso ed affidabile, alla sua amicizia con il fratello di sangue Aquila della Notte, dall'affetto ed il comportamento protettivo nei confronti del giovane Piccolo Falco a cui ha fatto da mentore, al suo essere taciturno in contrapposizione con il simpatico pessimismo di Carson, insieme al quale talvolta ha creato momenti che ci hanno fatto sorridere, svelando o piuttosto confermando una profondità di carattere che va ben oltre gli stereotipi appioppati agli indiani “di una volta” sia sulla carta stampata che nei film, quelli che parlavano all'infinito ed erano quasi sempre i cattivi di turno.

A proposito del concetto di “fratello di sangue” mi sento di sottolineare come non sia del tutto corretto scrivere “fratello di sangue acquisito” dal momento che è una ripetizione che offre il fianco ad alcune obiezioni. O fratello di sangue o fratello acquisito, perché unire entrambe le cose lascia un po' perplesso chiunque conosca bene il significato di tale espressione, vale a dire ogni estimatore del genere Western.

Anche se l'articolo non dice nulla di nuovo su Tiger Jack, dal momento che tutti noi conosciamo la sua storia, dalla tragica perdita dell'amatissima Taniah, ricordata nella storia che si conclude con lo spettacolare albo “Il momento di uccidere”, ai diversi frangenti in cui è divenuto temporaneo protagonista della vicende narrate (viene rievocato il bellissimo volume in cui il Navajo si vendica, con ragione, di un colonnello sanguinario e malvagio, “La vendetta di Tiger Jack”, mentre a me torna alla mente un'altra mitica avventura, “El Muerto”, in cui Tiger senza troppi giri di parole salda il conto al traditore Faccia Tagliata, colpevole dell'inutile omicidio di un fratello pellerossa), ci troviamo del tutto d'accordo con chi scrive, quando sostiene che non si tratta certamente di un personaggio in secondo piano ma che è un insostituibile membro del quartetto di pards più famoso del West.

Colui che “parla poco ma agisce molto”, celebre frase che è diventata la descrizione perfetta di Tiger Jack, pronunciata prima da Tex e poi negli anni anche da Carson, compare sulle scene nella ormai lontanissima avventura che vede il Ranger opporsi ai crimini della banda dei Dalton.

Vestito ancora in modo più semplice della sua chiamiamola “divisa ufficiale” con la quale siamo abituati a vederlo adesso, si esprimeva con un linguaggio non sempre grammaticalmente esatto, in terza persona, ma era già uno che si faceva capire. E voi sapete bene cosa intendo.

E' lo stesso Frediani, che si occupa della prefazione che va sotto il nome di “La più grande avventura” nella serie Tex Classic delle ristampe a colori delle storie degli inizi, a riassumere in poche parole chi sia e cosa rappresenti per la saga del Ranger il nostro inimitabile pard indiano, concetto che svilupperà poi in modo più ampio nelle pagine del “Magazine”.

Vengono inserite alla fine dell'articolo un paio di tavole disegnate da Villa dove viene finalmente (beh diciamo “finalmente” poiché si tratta di uno scherzo regalatoci dagli autori) svelato il significato di “ugh”, termine che comunemente associamo ad una risposta affermativa pronunciata da ogni uomo, donna o bambino appartenente ad una qualche tribù.

Parlando di “nativi amici” a mio parere va citato anche Freccia Rossa, sakem dei Navajos prima che Tex ne ereditasse la carica, saggio nonno di Piccolo Falco, padre di Lilyth, che impara ad apprezzare il valore del suo figlio bianco e che stravede per quel mini-terremoto che si ritrova come nipote. Una menzione va anche a Cochise, coraggioso capo Apache, altro fratello di sangue di Tex e compagno di Aquila della Notte in diverse avventure.

Entrambi questi personaggi non solo hanno avuto in modi diversi ruoli cardine ma salvano la pelle a Tex e Carson in più di un'occasione o mettono a disposizione la loro esperienza ed il loro prestigio di guerrieri in favore della pace e della giustizia.

E' proprio Freccia Rossa a donare al “marito di sua figlia” la fascia del sacro Wampum che lo rende “fratello di ogni uomo rosso”, fascia che ormai siamo abituati a vedere cingere la fronte di Tex quando veste i panni del capo indiano. Oppure per fare un esempio, è sempre lui a guidare la carica dei Navajos togliendo dai guai i giovani Tex Willer e Kit Carson dall'assedio a Durango, ai tempi della loro inchiesta sul cosiddetto “affare Stone” (indagine su una cricca di trafficanti di armi dietro a cui si nascondevano due nomi tragicamente conosciuti da tutti i texiani, quei due immensi bastardi di Brennan e Teller, colpevoli di aver poi diffuso il vaiolo tra le genti Navajo, causando anche la morte di Lilyth) durante la lunga avventura che aveva visto il futuro Aquila della Notte prima legato al palo della tortura e poi salvato proprio dalla bella Lilyth per farne il suo uomo.

La storia a cui faccio riferimento, nelle pubblicazioni moderne, è contenuta anche nel secondo volume venduto con l'album delle figurine per collezionare le cartoline di Villa, in occasione delle celebrazioni per i 70 anni.

 

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A questo proposito, visto che sono comparse nel discorso le ristampe, mentre date fondo al vostro boccale, è il caso di fare una piccola osservazione riguardo i vari “ammodernamenti” che qua e là si possono notare proprio nelle tavole delle varie riedizioni.

Partendo dal volume di “70 anni di un mito” una correzione che salta all'occhio, se devo dare ascolto alla mia memoria, riguarda alcune parole pronunciate da Lilyth: la sposa di Tex era solita rivolgersi al marito appellandolo “mio uomo”, come tutti ben ricordano.

Addirittura, nella struggente storia “Il giuramento”, il vento che soffia tra le aspre vette dei monti Navajos, dà l'impressione all'affranto Aquila della Notte di portare una voce “appassionatamente dolce e infinitamente triste” che dice “Addio, mio uomo, addio...”.

Due parole simbolo dell'indissolubile unione della coppia: “mio uomo” che rendono poetico e romantico il modo in cui Lilyth parla a Tex, del tutto mascherate e sminuite con la semplice aggiunta di un articolo: “il”.

“Il mio uomo” perde completamente, a mio parere, quella dolcezza e quel significato profondo che invece la versione originale possedeva.

Acquista un senso, comunque ben diverso, quando invece quel tipo di espressione viene usato da un padre che si rivolge a suo figlio, esprimendo orgoglio ed amore paterno, proprio come fa Tex prendendo in braccio un giovanissimo Piccolo Falco ed esclamando “il mio Kit”.

Posso anche sbagliarmi.

Come posso ricordare male ripensando ad un'altra avventura, riproposta a colori nella collana “Tex Classic”, nello specifico sul numero 21 “La legge della Colt”.

Dopo quasi un anno di lontananza Tex incontra nuovamente un Carson ancora dai capelli corvini ed in una vignetta tramite i dialoghi tra i due il lettore viene messo al corrente della morte di Lilyth.

Nella versione originale anche in questo caso, veniva aggiunto alla scena un certo mistero mescolato a profondo pathos con Tex scuro in volto che in poche parole chiede all'amico se “ha saputo di Lilyth” mentre ora l'adattamento risulta alquanto banale, diventando “hai saputo della tragica scomparsa di Lilyth”.

Forse per motivi editoriali o al fine di offrire ad eventuali nuovi lettori immediate spiegazioni sul fatto che “la giovane sposa troppo presto perduta” scompare dalle storie, viene sacrificato se non il cuore di certe affermazioni, sicuramente l'impronta personale data dai “padri” del Ranger.

Ma anche in questo caso posso sbagliarmi.

Comunque non si tratta certamente di cambiamenti causati da pesanti pressioni esterne come accadeva negli anni 50 a causa della censura o delle insensate crociate contro il Fumetto.

Bisogna dire che in diversi altri punti abbiamo notato alcune variazioni rispetto alla versione originale sia nei testi che nei disegni, ma il più delle volte non stravolgevano l'atmosfera né il significato della scena anche se le parole presenti nei “ballons” venivano rinnovate o alcuni tratti fisici subivano aggiustamenti (Ne abbiamo parlato anche in occasione del ritorno di Lupe, dal momento che questa sorta di restauro è visibile proprio in occasione della ristampa, anch'essa ormai datata, che vedeva la coraggiosa messicana incrociare la pista di Tex).

Personalmente le ragioni di buona parte di queste rivisitazioni mi risultano abbastanza oscure ma ci saranno state di sicuro delle buone ragioni.

Cosa che invece non appare possibile riguardo l'ultimo esempio che voglio sottoporre alla vostra analisi.

Se anche non lo avete comprato, certamente avete avuto modo di osservare la copertina dello speciale intitolato “Quartiere cinese”, un bel malloppone che comprende la lunga avventura uscita, come indicato nel volume stesso, nel 1975, sugli albi dal numero 171 al 175, ad opera del duo Gianluigi Bonelli – Letteri.

 

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Se focalizzate la vostra attenzione su quella copertina, infatti, vi accorgete subito che è stata rimaneggiata. Fin qui nulla di male. Quello che non va è il cambiamento che chiunque sia ad aver messo mano alla cover ha fatto dell'originale disegno realizzato da Galep, che compariva sulla copertina del numero intitolato “Chinatown”.

La lampada che all'epoca si trovava in primo piano adesso non ha alcuna ragion d'essere dal momento che un braccio del lume che prima copriva una piccola parte della fronte di Tex, pronto alla lotta con la camicia lacera e le mani vicine alle Colt, è stata accuratamente cancellata così come accade nella versione definitiva anche per la parte di lampada che risultava davanti alla spalla sinistra del Ranger. La prospettiva della scena viene completamente sfalsata, con un lume enorme e del tutto sproporzionato per la posizione che secondo la “correzione” dovrebbe occupare adesso, mentre aveva perfettamente senso nel disegno originale.

Ciò che non ha senso invece è il motivo di tale accorgimento.

La sola ipotesi che potremmo avanzare è quella sul fatto che la figura di Tex sia stata in qualche modo considerata “intaccata” dai particolari che vi ho descritto e che quindi si sia cercato di farla risaltare ulteriormente, ma sinceramente appare una spiegazione abbastanza effimera.

Tale aggiustamento sembra ancora più raffazzonato se si pensa che la versione intermedia della copertina, preannunciata per il periodo di Lucca Comics l'anno scorso ma poi posticipata, prevedeva la cancellazione solamente di uno dei due dettagli del lume in questione (potete vederla nell'immagine alcune righe più in basso), facendo apparire lo stupendo disegno di Galep come una sorta di quadro astratto con illusioni ottiche.

Già che c'era, chiunque abbia rimaneggiato la cover avrebbe fatto un lavoro più pulito eliminando del tutto la lampada, dando anche più equilibrio all'intera copertina, avendo per altro già ecceduto con la scritta “Tex”, fin troppo grande e sovrapposta alla parte superiore del disegno del '75.

Ma a dirla tutta forse siamo già stati fortunati che non sia comparso un neon al posto del lume a petrolio…

Quando si deve trattare con qualcosa che ha raggiunto l'importanza di Tex, quando ci si confronta con artisti e maestri del calibro di Galep, a mio parere, anche se non si è fan né minimamente coinvolti dal genere Western, bisogna in ogni caso avvicinarsi con il dovuto rispetto, per il fumetto in generale, per i suddetti maestri ma anche per i lettori, gli appassionati che da anni e anni costituiscono la linfa vitale proprio di quel fumetto.

In ogni caso bisogna sempre e comunque usare il buon senso.

Mi spingo a dire che sarebbe opportuno svolgere tale lavoro con una certa passione, come i restauratori di opere d'arte fanno nel caso venga loro affidato il difficile compito di riportare a nuova vita un dipinto di un'epoca antica. Che io sappia nessuno di loro ha mai pensato di disegnare un bel paio di baffoni sul viso di qualche dama presente in affreschi medievali o tele rinascimentali...

Comprensibilissimo il voler rendere più accattivanti certi aspetti, per gli occhi di lettori più moderni, anche perché sono d'accordo sul fatto che alcuni registri ormai non siano più adottabili, ma se qualcosa viene aggiunto o cambiato, nei testi o nei disegni, deve, o forse è meglio dire dovrebbe, solamente apportare un miglioramento, quantomeno non peggiorare né sminuire l'intera opera.

Va sottolineato come gli stessi disegnatori evolvano il proprio stile, cosa accaduta per fare due esempi illustri, a Ticci e Villa, i tratti dei quali sono inevitabilmente entrambi, potremmo dire, cambiati nel tempo, il che appare visibilmente chiaro anche ai meno attenti se confrontiamo volumi di diversi anni fa con ad esempio alcune ristampe a colori dove le medesime storie hanno subito qualche aggiustamento o se andiamo semplicemente a rivedere i disegni dei primi tempi con avventure più recenti.

Perché questa lunga disquisizione? Ve lo dico subito.

Anche lo stupendo disegno di Claudio Villa, che costituisce la cover del “Magazine” appare leggermente decentrato, con la conseguenza che viene “mangiata” una seppur minima parte del disegno stesso, a discapito della spalla di Tiger Jack.

Particolare di poco conto, senza alcun dubbio, ma che con una piccola revisione avrebbe potuto essere evitato, anche se forse il titolo affiancato al logo per i 70 anni (il quale poteva comunque venire posizionato accanto alla scritta senza sacrificare parte del disegno stesso) costituisce il principale imputato per questa scelta, magari forzata, nell'impaginazione.

Scelta che in ogni caso, nonostante ci sembri quasi che si siano messi d'impegno, non toglie spettacolarità alla bravura del copertinista di Tex, nonché uno dei più abili disegnatori a livello italiano.

 

62Alman min

 

Eccoci infine giunti alla seconda ed ultima storia di Tex, anche se stavolta è improprio utilizzare queste parole. Infatti, come ormai sapete, il protagonista della vicenda è Tiger, in solitaria, senza la presenza di nessuno degli altri pards.

Sceneggiata da Luigi Mignacco ed illustrata da Giovanni Bruzzo è più breve della prima.

Questo però non toglie corpo alla narrazione, che si snoda scorrevole rendendo la lettura molto piacevole, sia che siate subito corsi a leggerla, dopo aver appreso della caratteristica che la contraddistingue, sia che abbiate sfogliato il volume seguendo l'ordine con cui ne abbiamo parlato, dalla prima all'ultima pagina.

“L'ANIMA DEL GUERRIERO” non cambia la nostra idea sulle abilità di Tiger Jack né sul suo rigore morale, anzi se mai ce ne offre una conferma. Non possiamo che condividere le sue azioni quando si tratta di lisciare il pelo ad alcuni, per lo meno in apparenza, perdigiorno di saloon che si divertono ad attaccar briga con colui che ai loro occhi è “solo un indiano”.

In realtà veniamo a sapere che non si tratta solamente di un gruppo di balordi con la testa piena di segatura, ma di qualcosa di molto peggio. E che quindi non è possibile liquidare con un paio di sberle ben assestate. Se a certi serpenti non si schiaccia la testa, si corre il rischio di venire morsi e nel West c'è un solo modo per evitarlo, a base di pallottole.

Percorreremo anche noi la pista che conduce alla riserva Navajo ed in poche tavole avremo modo di verificare se il nostro istinto vale anche solo un decimo di quello dell'esperto guerriero.

Anche il lettore infatti si sentirà coinvolto ed aguzzerà la vista per cercare le tracce o alzerà lo sguardo verso le scoscese pareti di un canyon che è un posto fin troppo prevedibile in cui aspettarsi un agguato per non prendere qualche precauzione.

Occhi aperti e dito sul grilletto, amigos. Come dice quella famosa canzone cantata da Dean Martin in “Un dollaro d'onore”, sarete solamente voi, il vostro cavallo ed il vostro fucile (Rio Bravo, “Just my rifle, pony and me”) e dovrete fare del vostro meglio affinché siano le vostre orecchie ad udire l'eco dell'ultimo sparo spegnersi nella prateria.

Mignacco, già noto ai lettori di Zagor (è sua infatti la sceneggiatura della storia che si conclude a Gennaio dal titolo “Uccidete Lord Malcom”) riesce ad ideare una vicenda adatta al carattere ed alle capacità di Tiger, offrendoci un racconto chiaro, ben più lineare di quello che vede protagonista lo Spirito con la Scure, indipendentemente dalla lunghezza, e che, nonostante l'idea dell'autore sia probabilmente quella di mantenere la suspense fin quasi alla fine, lungo lo svolgersi della narrazione fa spuntare nella zucca dei texiani più esperti almeno un paio di ipotesi più che valide sulle ragioni del modo di agire del Navajo.

Non vi posso dire quali senza svelarvi il nocciolo della questione ma vi basti sapere che quegli scampaforche se la sono ampiamente cercata. E non certo “soltanto” per aver fatto gli sbruffoni guadagnandosi per altro qualche calcio sui denti.

Le chine di Bruzzo meritano alcune considerazioni: i lettori di Tex conoscono l'artista, che ha firmato i disegni di alcune avventure recenti del Ranger, come ad esempio quella che si dipana negli albi “Il ricatto di Slade” e “Sotto assedio”, per citare una storia di non molto tempo fa.

Già ad una rapida occhiata appare chiaro come lo stile del disegnatore in forza alla Casa Editrice si ispiri, ora nel “Magazine” come allora negli albi della serie regolare, particolarmente al maestro Ticci: certe espressioni, certi tratti rimandano direttamente ad alcune delle storie realizzate dal “primo Ticci”. Altre volte invece uno sguardo navigato scorge una diversa fonte di ispirazione, vale a dire Villa.

Nel già citato albo “Sotto assedio” tale ispirazione appare ben identificabile, in chiaro omaggio a due dei principali disegnatori di Tex, due colonne del fumetto, con una sorta di tributo, probabilmente, all'arte di questi grandi, al pari di come certi registi (per dirne uno su tutti, lo ha fatto Tarantino nel suo “Django”, di cui parleremo meglio nella prossima chiacchierata) inseriscono nelle loro pellicole citazioni e riferimenti a film che hanno contribuito a completare la loro formazione.

Qualche vignetta, forse anche perché appare non perfettamente inserita nello svilupparsi della scena, stuzzica la nostra memoria e fa quindi correre la mente alle foreste dei freddi territori dove l'attuale colonnello Jim Brandon indossa l'uniforme della Mounted Police canadese (“Sulle piste del nord”), alle sterminate pianure percorse dalle lunghe carovane e dai conestoga, i carri del coloni di “Terra promessa” od ancora a “Nella terra degli Utes”, fino a condurci “A sud di Nogales”.

Lasciate che condivida con voi un'impressione del tutto personale.

Uno dei cattivi della storia del “Magazine”, il capoccia, ricorda molto un cattivo di un'altra storia recente, la bellissima “L'onore di un guerriero”, anch'essa firmata da Ticci alle chine.

Fateci caso: la somiglianza con il tenente Morris, corrotto ufficiale che vendeva armi ad indiani ribelli è tale che potrebbe essere suo fratello gemello, soprattutto per via dello stesso paio di baffetti posti sopra ad un irritante ghigno malefico.

Per un disegnatore amatoriale come chi vi parla, sono realizzati da me infatti tutti i disegni che compaiono nelle recensioni dell'intera Rubrica, è bello vedere che un professionista, non ancora famosissimo come i suoi predecessori, tributa omaggi ai grandi, magari rivisitando con la propria mano “fotogrammi” che lo hanno colpito per la dinamicità della scena o per l'incisività di un'espressione.

In alcune occasioni si tratta proprio dei medesimi istanti fermati nel tempo che io stesso ho osservato più da vicino armato di matita e pennino.

I maestri servono anche a questo.

Notiamo però una svista da parte dell'artista: in una vignetta la canna del fucile di uno dei banditi appare vistosamente accorciata, forse per farla stare all'interno della vignetta stessa.

Tale riduzione di lunghezza non può essere imputata alla prospettiva, ma comunque è un dettaglio che non riduce la potenza delle immagini, che raggiungono un'immediatezza espressiva notevole, soprattutto nei primi piani, tanto da apparire in alcuni punti quasi troppo studiata e forse artificiosa.

Incarico non di poco conto, quello affidato a Bruzzo, dal momento che realizzando questa avventura entra nella Storia, con Tiger che agisce da solo e ciò deve aver pesato non poco in termini di emozione sull'esecuzione, che comunque rimane pregevole e curata, specialmente nelle scene d'azione.

Il bravo Luca Corda svolge come al solito un bel lavoro al lettering.

 

7Alman min

 

Siamo giunti alla fine di questa lunga analisi, mi auguro non troppo soporifera.

Come sempre ho cercato di trasmettere le mie impressioni di “aficionado” texiano sia sulle storie disegnate sia su tutto il corollario che completa questo volume.

Devo essere stato il solo o comunque uno dei pochi a parlare degli articoli e dei dossier ma mi sembra corretto valorizzare anche gli sforzi di tutti coloro che hanno partecipato al “Magazine”, così come ritengo un dovere presentare le avventure di Tex e dei suoi pards senza inserire anticipazioni che trasformino una recensione in un mero riassunto ma al contrario evitando gli “spoiler” perchè sopra ogni cosa non voglio correre il rischio di rovinare la lettura ad altri texiani, limitandomi a sbottonarmi quel tanto che basta anche in base alle indiscrezioni che la stessa Casa Editrice lascia trapelare per far aumentare la produzione di acquolina in bocca a tutti noi ogni mese.

Detto fuori dai denti vi posso assicurare che non mi vedrete mai dare un voto ad un albo, come se fossimo a scuola. Ritengo che probabilmente risulterebbe inopportuno anche quando a farlo fosse un addetto ai lavori, figuriamoci quando magari si tratta di qualcuno che non ha mai neanche provato quanto sia difficile realizzare non dico un fumetto intero ma per lo meno un paio di tavole, dal momento che non aspiro affatto ad ergermi a giudice e non devo valutare nessuno ma esprimo un parere che in quanto tale è opinabile e che può essere diverso da quello di un altro.

Chiunque è il benvenuto, qui al Trading Post.

L'arte è qualcosa di soggettivo ed il Fumetto è arte, quindi non si può ridurre il tutto ad un numero, come se fosse il risultato di un compito di matematica, giusto o sbagliato, tra l'altro senza palesare i criteri con i quali si assegna quel voto.

Come ormai sapete bene, mi piace anche contestualizzare i periodi storici, dal mio punto di vista arricchendo, magari da quello di altri allungando in modo spropositato, le mie osservazioni con approfondimenti su personaggi, armi od eventi così come mi piace documentare ciò che dico, tramite riferimenti concreti ad albi anche lontani nel tempo.

Che siano critiche o lodi si tratta sempre, lasciatemelo ribadire un'ultima volta, di opinioni personali, espresse genuinamente e con il rispetto che meritano le persone ed il loro lavoro, condivise con tutti voi da un semplice appassionato di fumetti e di quel selvaggio ed affascinante mondo che è il West.

Hasta luego, compadres.

Alla prossima

 

 

“Detenuto modello”

Soggetto: Diego Cajelli

Sceneggiatura: Tito Faraci

Disegni: Luca Vannini

Lettering: Omar Tuis

 

“L'anima del guerriero”

Soggetto e sceneggiatura: Luigi Mignacco

Disegni: Giovanni Bruzzo

Lettering: Luca Corda

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